Tecnopolitica, la democrazia nell’era dei social e dell’incertezza

di Paolo Gerbaudo, Che Fare

Piattaforme deliberative, referendum online, parlamentarie, partiti digitali: questi e simili termini che si stanno diffondendo nel dibattito politico in Italia e in molti altri paesi europei, riflettono l’emergere di nuove forme di partecipazione politica, che fanno uso di quegli strumenti e piattaforme digitali, che sono diventate parte della nostra vita quotidiana. Nell’era di Facebook e Twitter, di AirBnB e Uber, di Google e Amazon, anche le organizzazioni e istituzioni politiche vogliono emulare i social media e le app, trasformando la partecipazione politica in un processo per quanto possibile diretto e disintermediato.

Quella che potrebbe essere descritta come la “seconda ondata della democrazia digitale” per distinguerla da quella piuttosto velleitaria degli anni ’90 e primi 2000 è un fenomeno di ampia scala che si manifesta nell’emergere di una comunità “civic tech”, di informatici, sviluppatori e attivisti dedicati a usare la tecnologia digitale per migliore il modo in cui partecipiamo e decidiamo collettivamente. È da questa comunità che sono emerse un gran numero di nuovi software, come il Liquid Feedback utilizzato dal Partito Pirata, Decidim usato dal municipio di Barcellona, Madrid, Helsinki, Bruxelles. Decidim è usato anche da partiti politici come Podemos. Le piattaforme digitali partecipative danno continuità nella relazione tra rappesentanti eletti e i cittadini in un dialogo continuo in antrambe le direzioni. Queste piattaforme permettono di gestire collettivamente, processi, progetti di territorio, organizzare assemblee e riunioni, presentare proposte ed emendameti a proposte di altri cittadini; si possono anche gestire budget e investimenti, come iniziative di crowdfounding per finanziare iniziative e progetti di comunità.

Di fatto la democrazia digitale non è più solo un fenomeno che riguarda nuovi partiti come il 5 Stelle o Podemos. Anche partiti più classici hanno cominciato o stanno cominciando a usare applicazioni digitali per le loro decisioni interne. Il Labour Party offriva agli attivisti l’opzione di votare online in occasione del secondo voto sulla leadership di Jeremy Corbyn nel 2016 o il PSOE che ha ripetutamente consultato in rete i militanti su scelte importanti. Sembra ormai evidente che la democrazia digitale è destinata a divenire un elemento cardine della democrazia interna dei partiti nel 21esimo secolo.

Quali sono le ragioni per questo sviluppo di nuovi strumenti e processi di democrazia digitale? E fino a che punto possiamo davvero considerare questi fenomeni come portatori di un rinnovamento democratico in una società ammalate di apatia e disillusione verso la politica?

Oltre il partito zombie

Per capire lo sviluppo di nuove forme di democrazia e di organizzazione politica bisogna prima di tutto considerare questo fenomeno in un contesto storico caratterizzato da una profonda crisi di fiducia verso le istituzioni e le organizzazioni politiche, e dei partiti in particolare, e che si riflette nei bassi livelli di partecipazione all’attività di associazioni e partiti. Da questa prospettiva l’utilizzo della democrazia digitale è un tentativo di rispondere all’agonia di un partito massa, e di un sistema della delega in profonda crisi negli ultimi decenni come proposto dalla scienziata politica americana Theda Skocpol nel libro Diminished Democracy in cui si collega questa crisi di partecipazione alla crisi dell’organizzazione di massa novecentesca, soppiantata dalle ONG e dalle advocacy.

Questo fenomeno si è manifestato prima di tutto nella caduta verticale degli iscritti ai partiti politici, ma pure nel fatto che molti degli iscritti nominali non partecipano più attivamente. Se in passato, in un paese come l’Italia, la partecipazione politica era un processo che coinvolgeva pressoché quotidianamente milioni di persone, oggi parliamo di centinaia o decine di migliaia di persone che sono attive nella vita interna dei partiti e dei loro processi decisionali. Questo certo in parte per un disamore verso la politica, conseguenza della “fine delle grandi narrazioni” del Novecento. Ma anche per l’incapacità della rigida struttura organizzativa del partito novecentesco di organizzare un’esperienza sociale estremamente fluida e frammentata.

Il partito di integrazione di massa è divenuto di fatto un partito di esclusione di massa, attorno a cui si continuano a aggregare quei cittadini, sempre più anziani, che sono ancora legati alle forme di partecipazione politica novecentesca, ma che non riesce più ad attrarre le nuove generazioni e gli esclusi che non si riconoscono in quel tipo di struttura e di comunità politica. Il partito di massa è così diventato non solo partito liquido, ma anche partito zombie, un partito sempre più invecchiato e sempre più incapace di adattarsi alla trasformazione sociale.

A lungo la sinistra ha creduto che questa degenerazione della forma-partito novecentesca potesse essere arrestata con un’inversione a U nel flusso della storia, andando a ritroso, e ricostruendo da capo partiti massa come quelli dell’era industriale, con le loro sezione di partito, le loro riunioni del lunedì sera, le loro accese discussioni e i litigi tra membri riottosi e quadri. Questo tipo di speranza è comprensibile, e comprensibile è pure la nostalgia per il passato. Ma pensare di superare la degenerazione del partito politico in partito zombie, riesumando la salma del partito massa si è rivelato una pia illusione. L’unica opzione credibile è provare a costruire forme di organizzazione che facciano i conti con la trasformazione radicale della realtà sociale.

Dispersione e disintermediazione

Quello che spesso dimenticano i nostalgici del partito-massa è che il partito massa non è una forma applicabile a qualsiasi condizione storica, ma al contrario era un assemblaggio tecnico-sociale che rifletteva le forme di produzione proprie dell’era industriale. Esso si sosteneva su tecnologie come il telefono, il ciclostile e la macchina da scrivere che affollavano i suoi uffici. I suoi luoghi e tempi erano segnati dalla presenza imponente della grande fabbrica fordista e dai suoi turni di lavoro. Così come sostenuto da Marco Revelli nel libro Finale di Partito esiste un’omologia tra il modo di produzione e il modo di organizzazione.

Il partito massa era l’equivalente nella sfera politica, di quello che la fabbrica fordista era nella sfera economica. La struttura del partito massa rifletteva una società caratterizzata da grandi concentrazioni produttive, con la fabbrica fordista a fare da centro nei processi di organizzazioni sociali, uno dei perni – assieme al partito, e al quotidiano politico – di quello che Regis Debray ha descritto come l’assemblaggio industriale. Quell’assemblaggio oggi giorno è marginalizzato nella sfera produttiva e non è più rappresentativo dell’esperienza quotidiana della maggioranza delle persone. Le forme di lavoro, di consumo e di vita sono caratterizzate da estrema dispersione e individualizzazione in un contesto produttivo dominato dalla tendenza all’esternalizzazione e alla segmentazione, spesso con lo scopo più o meno esplicito di indebolire la capacità di organizzazione della forza lavoro. Pensare che sia possibile continuare organizzarsi così come si faceva al culmine dell’era industriale è dunque fuori luogo.

Come ripensare dunque una forma-partito nell’era presente? Per farlo dobbiamo fare i conti con uno spazio sociale la cui cifra centrale è la dispersione; dispersione sia in termini spaziali, che temporali. I luoghi di lavoro in cui passiamo le giornate sono spesso più piccoli di quelli dell’era industriale, a causa della tendenza all’esternalizzazione produttiva, e al mito del “mettersi in proprio” specie in un paese come l’Italia affetto da un nanismo del settore produttivo e dalla piaga dei falsi autonomi. Le grandi concentrazioni di lavoratori nelle fabbriche sono cosa di altri tempi. Lavoriamo in piccole imprese, con mansioni e gruppi di lavoro sempre più spezzettati. Aumentano il lavoro autonomo, e il lavoro precario, che comporta una minore radicazione territoriale e una concentrazione organizzativa. A soffrirne non è solo la cosiddetta densità sindacale, ovvero la concentrazione di lavoratori sindacalizzati in una data impresa, ma pure in una data area, ad esempio in un quartiere o in una città, ma pure la densità politica, ovvero la capacitá dei luoghi fisici di essere spazio di aggregazione e base di mobilitazione.

Le piattaforme deliberative come quelle di Podemos, Partito Pirata e 5 Stelle offrono una risposta a questa situazione di crisi delle forme di partecipazione tradizionale. Esse permettono una partecipazione diffusa, che permette a persone che per motivi di tempo o distanza fisica non potrebbero partecipare ad assemblee faccia-a-faccia. Per partecipare a una votazione non serve andare alla sezione locale del partito, che anche a causa delle svendite del patrimonio dei partiti tradizionali si trova sempre più lontana da casa o dal luogo di lavoro. Per esprimere la propria opinione non bisogna dedicare diverse ore in dibattiti che per i non militanti possono sembrare molto onerosi in termini di tempo e energia da dedicare. Basta connettersi a un sito internet, partecipare alle discussioni ed esprimere il proprio parere, talvolta veramente con un semplice “clic”.

Le piattaforme di deliberazione online abbassano quelle che gli esperti di partecipazione politica chiamano “barriere alla partecipazione” o per usare una metafora economica “i costi della partecipazione”. Il motivo è semplice: costa di meno in termine di energia e di tempo, partecipare a una votazione online piuttosto che recarsi in un dato luogo, magari lontano da casa, a un dato tempo, magari a un’ora o giorno che interferisce con il proprio orario di lavoro. Hanno ragione I critici della democrazia digitale quando sostengono che questa diminuzione dei costi di partecipazione comporta anche un abbassamento del “valore” della partecipazione. Ma questo è al contempo pure anche l’elemento di democratizzazione delle piattaforme online. Abbassando la soglia di partecipazione esse aumentano il volume di partecipazione, anche se spesso a costo della qualitá della partecipazione.

Per decidere se queste innovazioni costituiscano una forma di democratizzazione o uno svilimento della democrazia è sufficiente porsi una domanda piuttosto semplice, ma la cui risposta è molto difficiel dato che deriva da considerazioni valorali e ideologiche sulla buona società e la buon politicq. È più importante la quantità delle persone che partecipano a un processo decisionale o l’intensità con cui esse partecipano? È più democratico un referendum in cui partecipano milioni di persone magari esprimendo un’opinione molto semplice come un SI o un NO o un’assemblea a cui partecipano poche decine di persone ma tutte con la possibilità di intervenire?

È vero che la partecipazione politica deve essere articolata e permettere alle persone di avere discussioni serie e approfondite. Ma pensare che la riunione del mercoledí sera sia l’unico spazio possibile di partecipazione politica è sbagliato. In tempi di bassa partecipazione alla vita politica è anche necessario aumentare la quantità della partecipazione, riportare persone che oggi si trovano ai margini del processo politico, a prendere nuovamente parte nel processo decisionale a partire dalla vita interna dei partiti, che da sempre hanno fatto da anello di congiunzione tra la cittadinanza e le istituzioni. E per fare questo è necessario creare forme di partecipazione semplici che utilizzino tecnologie ormai diffuse in maniera pervasiva nella nostra vita quotidiana, con cui la maggioranza dei cittadini hanno ormai familiarità e che possono permettere a grandi numeri di persone di dire la loro, anche se in forma estremamente semplificata; del resto la democrazia di massa, dall’elezione al referendum si è sempre retta su meccanismi di estrema semplificazione.

È su questo versante che nonostante tutti i loro limiti, è necessario riconoscere al Movimento 5 Stelle di aver provato a sperimentare qualcosa di nuovo, anche attraverso il processo di legislazione condivisa, con funzioni come Lex Iscritti che permettono ai membri di proporre disegni di legge. Quello che tuttavia, i 5 Stelle, così come altri fautori della democrazia digitale spesso dimenticano, o fanno finta di ignorare, è che la democrazia digitale non porta a una eliminazione della gerarchia e della rappresentanza. Ma piuttosto a un sistema che potremmo “democrazia reattiva”, basata su quel “feedback reattivo”, che David Karpf ha evidenziato nei siti di petizioni come MoveOn.org, in cui gli iscritti/utenti più che essere chiamati a un’interazione propositiva, sono limitati a un potere di ratifica di decisione prese dalla leadership che usa le piattaforme partecipative come un sistema di verifica costante del livello di consenso di cui godono presso la base. La democrazia digitale sarà pure una democrazia più diretta e disintermediata. Ma la disintermediazione comporta in realtà nuove forme di mediazione a livello più lato. In economia come in politica disintermediazione è in realtà reintermediazione, o “infomediazione” in cui un intermediario fisico è sostituito da un intermediario informazionale.

La piattaforma non è piatta

Le piattaforme decisionali non sono puramente sistemi tecnici, ma anche sistemi politici che rispondono a diverse visioni della politica e della democrazia. Nascosti nel codice del software di questi sistemi decisionali ci sono presupposti profondamente ideologici su chi può partecipare e come, su chi può decidere e in che forma, su cosa significa partecipare e cosa significa dirigere. A questo livello è evidente una contraddizione profonda tra discorso e pratica; tra la promessa che queste piattaforme porteranno all’orizzontalità e alla fine della leadership, idee simili a quelle che hanno dominato nei movimenti di 2011 come Occupy Wall Street. Quello che viene spesso dimenticato in questo discorso è che per definizione la partecipazione (prendere parte) può esistere solo se esiste una struttura e uno “spazio” in cui partecipare. La verità è che la piattaforma non è mai “piatta” ma risponde sempre a dinamiche di potere e di leadership. Perché c’è sempre qualcuno che deve prima di tutto creare la piattaforma, convocare le votazioni, definire le forme di partecipazione. Nel back-end della piattaforma c’è sempre uno staff responsabile per la sua gestione. Anche la piattaforma più avanzata non è mai completamente automatizzata. E dietro questo processo apparentemente neutrale di gestione, si celano in realtà forme di micropotere che possono avere un’influenza determinante sul risultato delle votazioni.

Sia nel Movimento 5 Stelle che in Podemos si è visto ripetutamente come lo staff del partito possa influenzare in maniera indiretta le votazioni, favorendo cosí un certo risultato. Nel caso dei 5 Stelle si è spesso criticato non solo il modo molto poco trasparente in cui sono gestite le votazioni e i loro risultati, che solo in pochi casi sono stati certificati da un ente terzo, ma anche il modo discutibile in cui si sono fissate le votazioni, annunciandole a poche ore dall’apertura e con un’apertura delle urne digitali molto breve, come se si volesse prevenire qualsiasi risposta dai “malpancisti” nel movimento. Anche dentro Podemos, si sono criticate pratiche come le “liste chiuse” usate durante elezioni per incarichi interni, che offrivano agli utenti come scelta di default una squadra già completa, con l’opzione di modificarla che essendo più laboriosa veniva adottata solo da un numero limitato di utenti. E pure si è criticato il modo in cui la formulazione dei quesiti sembra aver spesso favorito le opzioni sostenute dalla leadership; per ultimo nel caso del referendum condotto nel maggio 2018 su Pablo Iglesias e la sua compagna Irene Montero, dopo lo “scandalo” dell’acquisto di una villa fuori porta da parte dei due leader, scelta in apparente contraddizione con loro retorica anti-casta.

In conclusione, si può dire che la democrazia digitale è un cammino necessario per la ricostruzione del partito politico nell’era dei social media e delle app. È necessario perché è imperativo abbandonare quell’attitudine misoneista che fino ad oggi ha bloccato la trasformazione delle organizzazioni politiche, anche come comprensibile reazione alle forme distorte di democrazia digitale messe in scena dai 5 stelle. Ai 5 stelle e altri partiti digitali va riconosciuto il merito di aver provato a creare non solo piattaforme partecipative, ma a immaginare una nuova forma-partito che possa fare i conti con l’esperienza sociale contemporanea e la sua estrema dispersione. In questo contesto il modello della piattaforma, come spazio di convocazione dell’assemblea di tutti gli iscritti, sembra fornire una risposta alla crisi del sistema rappresentativo dei partiti tradizionali.

Tuttavia la democrazia digitale non è una panacea per i problemi del partito politico, e per il problema della leadership e del potere, questioni che da sempre hanno creato grandi conflitti nelle organizzazioni politiche e continueranno a crearli. È un’illusione pensare che la creazione di piattaforme partecipative elimini il problem della leadership. Questa rivoluzione organizzativa porta con sé nuove forme di potere e di influenza sui processi decisionali che sono tanto più problematiche proprio perché sono invisibili, e per fare fronte alle quali sono necessarie nuove regole e nuove istituzioni democratiche, ma anche una consapevolezza diffusa sui limiti e sui rischi della democrazia digitale, oltre la narrazione utopica e facilona che spesso ci viene servita.

Che cos’è la Convergenza?

La convergenza è un modello innovativo di aggregazione politica per la costituzione di liste per le elezioni locali, introdotto per la prima volta in Spagna e successivamente in Francia.

In Spagna l’esperienza più famosa è quella che diede vita alla lista Barcelona en comù, che vinse le elezioni comunali di Barcellona nel 2015 con sindaco Ada Colau, successivamente rieletta con un secondo mandato che dura fino ad oggi. Nello stesso periodo furono decine le città spagnole che adottarono lo stesso modello per le elezioni comunali, portando molte di esse alla guida di Comuni spagnoli. Recentemente lo stesso modello è stato adottato dalle liste unitarie di sinistra ecologista alle elezioni municipali in Francia.

L’innovazione politica consiste nell’organizzazione di preparazione della convergenza e negli strumenti informatici di “tecnopolitica” adottati per facilitare il processo.

La tecnopolitica ci porta nel modo di fare politica del 21° Secolo, in quanto la piattaforma informatica adottata permette ai cittadini che aderiscono al progetto di determinare direttamente la creazione della lista in modo trasparente e pubblico.

La convergenza sostanzialmente è il processo che porta alla creazione di una aggregazione politica partecipata fondata sul programma comune.

Organizzazione. La convergenza nasce con la costituzione di un comitato promotore. Il comitato ha una caratteristica essenziale, da un indirizzo politico generale alla convergenza – spesso di aggregazione tra forze socialiste, ecologiste e civiche – ma si mantiene neutrale in relazione alle forze politiche e civiche la cui adesione alla convergenza promuove. La neutralità è fondamentale per la riuscita del progetto, in quanto è il comitato a gestire tutto il processo. Per garantire ciò tutti i suoi membri non si candideranno nella lista emergente dalla convergenza.

Il comitato può nascere in modo autonomo oppure dall’appoggio esterno di un nucleo di forze politiche e sociali. Il meccanismo è simile a quello della gestione della campagna referendaria sull’acqua pubblica in cui il comitato promotore era neutrale rispetto ai movimenti politici e sociali i cui attivisti partecipavano alla campagna. In sostanza la campagna avveniva sotto la bandiera del movimento per l’acqua e mai con le bandiere dei gruppi aderenti. Ciò è importante perché nella prima fase non connota il comitato in modo univoco e permette successive adesioni.

Il primo passo è la scelta della piattaforma tecnopolitica. La piattaforma è il centro di tutte le attività dal vivo e online afferenti alla creazione della lista. Le sue funzioni principali sono di facilitare la scrittura di un programma politico partecipato, che avviene per proposte votate sulla piattaforma e successivi emendamenti, anche attraverso l’uso di cellulari. La piattaforma inoltre permette di votare l’adesione alla convergenza di liste di partiti politici, movimenti civici formali ed informali e di votare i candidati sindaco e consiglieri della lista. Inoltre permette di programmare la gestione di tutti gli incontri dal vivo per la presentazione del programma in corso di scrittura e degli incontri dal vivo per le votazioni, oltre che la gestione dei gruppi di attivisti territoriali.

Piattaforma tecnopolitica. Dal 2015 ad oggi sono stati sviluppate diverse piattaforme di tecnopolitica, da non confondersi con la “beffa tecnologica” della piattaforma Rosseau del M5S. Sono tutte piattaforme sviluppate in software libero che garantiscono l’assoluta integrità dei dati e e delle votazioni che viene garantita dall’hosting della piattaforma presso un provider specializzato, in grado di certificare l’autenticità delle transazioni.

Per il modello che noi promuoviamo abbiamo scelto di adottare quella sviluppata a partire dal 2015 dal Comune di Barcellona attraverso fondi europei perché è quella tuttora in corso di sviluppo ed è quella adottata da decine di liste in tutta Europa. La piattaforma si chiama Decidim (www.decidim.org).

L’interfaccia utente ed il manuale di amministrazione sono stati tradotti in italiano dal nostro gruppo di lavoro e sono quindi immediatamente disponibili per una installazione dedicata ad una lista italiana. Gli attivisti del gruppo di lavoro possono fornire inoltre un breve e veloce addestramento all’uso della piattaforma ai membri del comitato promotore della convergenza. Il suo funzionamento viene spiegato in dettaglio in un documento tecnico.

Il secondo passo è la scrittura di un programma di massima, a griglia tematica. Il programma iniziale sarà successivamente emendato dai gruppi locali attraverso incontri con i cittadini e dal gruppi politici e sociali che aderiscono al progetto.

Il terzo passo è la presentazione pubblica del progetto che avviene attraverso il lancio del sito contenente la piattaforma tecnopolitica. Attraverso la piattaforma il gruppo promotore costituisce i gruppi locali, a cui gli attivisti possono iscriversi dalla piattaforma. I gruppi sono il fulcro dell’organizzazione, perché saranno loro a gestire gli incontri dal vivo di presentazione del progetto.

Il quarto passo, dopo una prima fase di formazione degli attivisti, è la disseminazione del programma sul territorio, attraverso i gruppi locali che cominciano ad effettuare incontri dal vivo nella città. Negli incontri viene presentato il programma di massima e vengono invitati i cittadini a presentare proposte ed emendamenti che verranno successivamente registrati sulla piattaforma nel caso di incontri dal vivo. Vengono inoltre registrati alla piattaforma tutti i cittadini interessati fornendo loro un codice univoco di voto.

Nel corso del processo di scrittura del programma possono aderire ulteriori forze politiche e sociali della città, ognuna delle quali inviterà i propri attivisti ad iscriversi alla piattaforma e potrà emendare il programma.

Il quinto passo è la votazione del programma definitivo da parte dei cittadini iscritti sulla piattaforma.

Il sesto passo, una volta completata la scrittura del programma, è la costituzione effettiva della lista elettorale. Nel caso di elezioni comunali di una città metropolitana, andranno scelti i candidati consiglieri comunali, i candidati consiglieri municipali, il candidato sindaco ed i candidati presidenti municipali.

In base ad accordi tra gruppi politici e sociali, ogni gruppo presenterà al voto degli iscritti una lista di candidati nella piattaforma, cosi da effettuare delle elezioni primarie interne digitali che indichino i candidati. Le votazioni potranno avvenire anche via cellulare collegandosi alla piattaforma.

Nel secondo turno la piattaforma potrà anche essere usata per dare agli iscritti il potere di dare l’indicazione di voto ad un candidato sindaco in ballottaggio.

Piattaforme digitali partecipative – Decidim

di Marta Almela Salvador, Researcher IN3/ UOC (Internet Interdisciplinari Institute/ Open University of Catalonia), Demosfera – 22 Gennaio 2020

​Infrastrutture digitali democratiche per la partecipazione dei cittadini: la piattaforma decidim.barcelona

Nel 2016 nasce la piattaforma di democrazia partecipativa decidim.barcelona (in italiano “decidiamo.Barcellona”), dalla mano del giovane governo comunale di Barcellona, orientata non solo a ospitare tutti i processi partecipativi della città, ma anche a costruire una vera democrazia rafforzando i legami politici, l’intelligenza e la volontà collettiva

Lo sviluppo di un processo partecipativo richiede la considerazione di una serie di aspetti:

  • lo scenario politico;
  • la neutralità delle tecnologie;
  • la rappresentatività degli strumenti di partecipazione e il loro impatto sul processo decisionale.

Innanzitutto, la crisi del sistema politico rappresentativo e la sfiducia dei cittadini nei confronti dei governi e del sistema politico tradizionale determina un contesto di partenza non favorevole.In questi ultimi anni sono nate nuove forme di espressione dei movimenti politici e delle iniziative cittadine finalizzate a cercare di costruire una democrazia vera e propria, più partecipativa. Gli Indignados, i partiti assembleari, come Podemos o 5 Stelle in Italia, le liste civiche nate da piattaforme come Barcelona en Comú (BComú) e Ahora Madrid non sono solo movimenti di protesta.Le tecnologie digitali hanno aperto nuove e interessanti opportunità d’innovazione delle forme di partecipazione, ma spesso vengono utilizzate infrastrutture digitali corporative (come Google, Facebook o Twitter) che non garantiscono la piena neutralità. Le piattaforme devono garantire i principi fondamentali della democrazia: una ampia presenza di informazioni, argomenti e posizioni; un collante sociale costituito da esperienze, conoscenze e compiti condivisi; una esposizione a una gamma differenziata di questioni politiche e di principio rilevanti.I canali e le forme di partecipazione tradizionali soffrono da tempo di diverse criticità: i cittadini che partecipano attivamente sono pochi rispetto alla popolazione, prevalgono i portatori di interesse più forti e le associazioni più organizzate. L’asimmetria tra gli attori che partecipano porta alla marginalizzazione delle fasce sociali e di età più deboli.Le differenze di conoscenza tra i cittadini e tra i cittadini e l’apparato amministrativo sugli argomenti in discussione e sul processo decisionale limitano la capacità di incidere. Diverse forme di consultazione elettroniche o tradizionali, quali i referendum, sono limitate dal fatto che, per la loro stessa natura, lasciano ad altri la decisione finale. La deliberazione delle decisioni raramente è basata sulla discussione e sul dibattito e, in generale, questi processi hanno un effetto limitato sulle politiche.In ogni caso la partecipazione digitale non dovrebbe essere un extra della partecipazione tradizionale e ancora meno una forma contenuta di partecipare (attraverso un like o un +1, o partecipando a una raccolta di firme online). La partecipazione digitale deve essere il superamento dei limiti della partecipazione tradizionale, una dimensione partecipativa nella quale intervengono dispositivi che consentono di informarsi, collaborare, discutere, contestare, contribuire a un processo decisionale e, successivamente, di monitorare e certificare.In questo scenario, nel 2016 nasce la piattaforma di democrazia partecipativa decidim.barcelona (in italiano “decidiamo.Barcellona”), dalla mano del giovane governo comunale di Barcellona, orientata non solo a ospitare tutti i processi partecipativi della città, ma anche a costruire una vera democrazia rafforzando i legami politici, l’intelligenza e la volontà collettiva.Decidim è progettata con criteri di qualità democratica per essere una infrastruttura pubblica-comune, democratica nella sua stessa natura, quindi finanziata pubblicamente, co-progettata con la cittadinanza e governata in modo condiviso.La governance di Decidim, nell’ambito della quale si progettano e sviluppano i miglioramenti del software e i molteplici aspetti del progetto, è organizzata attorno a una comunità (MetaDecidim), dalla quale fanno parte cittadini, associazioni, SMEs e qualsiasi altro tipo di organizzazione interessata.Decidim è realizzata come software libero, sviluppata sul framework Ruby on Rails, e con una licenza GNU Affero General Public License v3.0 che consente di utilizzare, copiare e modificare il codice (disponibile in Github). Inoltre, si utilizzano licenze che garantiscono la collaborazione sia per i contenuti (CreativeCommons By-SA) che per i dati (Open Access Database Licences).Altri principi ai quali si ispira il progetto Decidim, sono:

  • l’’ibridazione tecnopolitica online e offline, in cui le pratiche, gli spazi e i processi digitali e in presenza sono connessi e si alimentano reciprocamente (ad esempio, la piattaforma è utilizzata per gli incontri in presenza);
  • la trasparenza e la tracciabilità (i dettagli dell’attività di partecipazione devono essere assolutamente visibili e tracciabili);
  • la partecipazione aumentata, potenziando la dimensione collettiva e in rete, quindi il dibattito e la deliberazione e l’informazione necessaria per partecipare con conoscenza;
  • l’apertura e accessibilità (garantendo l’accesso a tutti attraverso di programmi di formazione e dell’uso di standard di accessibilità esigenti come WAI);
  • l’empowerment dei cittadini e l’effetto sull’azione amministrativa che è facilitata attraverso le funzionalità di accountability.

Il ventaglio di possibilità partecipative su Decidim è ampio e vario. Dai processi partecipativi (compresi i bilanci partecipativi e i testi partecipati come le proposte di legge), a consultazioni pubbliche e referendum attraverso l’accesso a un sistema di voto elettronico esterno, a iniziative cittadine come l’iniziativa legislativa popolare (consentendo ai cittadini di presentare proposte e di raccogliere firme a sostegno), fino ad Assemblee e Consigli municipali o settoriali (definizione delle caratteristiche degli organi e della loro composizione attraverso i profili di partecipanti, convocazioni, calendario di riunioni geolocalizzate). [1]Dunque, i cittadini possono partecipare e interagire in questi spazi utilizzando le funzionalità della piattaforma: fare proposte e dare un parere (voto), commentare e deliberare, monitorare le interazioni, le azioni e i risultati, partecipare a sondaggi, sessioni in e dibattiti aperti con funzionari eletti, esaminare la documentazione prodotta.Una caratteristica importante di Decidim è che permette di gestire tutti i processi partecipativi del comune in una unica piattaforma, in una modalità̀ omogenea che rende più facile la partecipazione. Peraltro, è multi-tenant, per cui una singola istanza del software su un server può essere utilizzata da più di una organizzazione (tenant), con una configurazione specifica per ciascuna delle istanze.Oggi Decidim, oltre che da Barcellona, è utilizzata da altre 9 città Spagnole ed è in fase di test in altre amministrazioni come la Diputació de Barcelona, la Generalitat de Catalunya, la Commission nationale du débat public (CNDP) e il comune di Helsinki. A Barcellona ci sono 27.010 persone registrate, sono stati aperti 14 processi partecipativi e un’iniziativa cittadina e sono state presentate complessivamente 11.965 proposte, di cui più del 70% sono state adottate come politica pubblica dal comune, il cui controllo e monitoraggio è attivo e trasparente.

Dare voce al popolo senza essere populisti si può. Intervista a Francesca Bria, CTO di Barcellona Smart City

di Laura Traldi, Design at Large – 13 Agosto 2018

«Il controllo su dati, intelligenza artificiale e infrastrutture digitali determinerà la natura delle istituzioni del futuro. Per mantenere il modello sociale europeo e difendere valori e diritti, i cittadini devono tenere le redini della tecnologia». La Smart City secondo Francesca Bria, Chief Technology Officer di Barcellona

Prima di parlare con Francesca Bria si potrebbe pensare che Barcelona sia una Smart City in virtù dei servizi high tech che già sono attivi nella città catalana. Come i tunnel che risucchiano la spazzatura taggata grazie al vuoto pneumatico, recapitandola in discarica. Le App che trovano il parcheggio e l’ecosistema di 400 startup, incubators e FabLab. Le infrastrutture digitali: 300 ricariche per auto elettriche, 500 km di fibra ottica, 1123 punti WiFi. Oppure per i 5 nodi per il test 5G, che coprirà il 20% del territorio entro il 2020.

Invece, spiega Francesca Bria, Chief Technology Officer del Comune e a capo di Barcellona Smart City, quello che rende la città catalana una città digitale all’avanguardia al mondo è invisibile. «È la sovranità tecnologica dei cittadini», dice.

Cos’è la sovranità tecnologica dei cittadini?

Francesca Bria: «È la determinazione di mettere le politiche urbane e le grandi sfide della città prima della tecnologia. Perché la Smart City come è concepita oggi (un concetto di marketing inventato dai technology vendors che forniscono i servizi) non funziona.

E se ne sono accorti in tanti. Coordino una rete di Chief Innovation and Technology Officers in tutto il mondo e vedo che altre città ci vogliono seguire. Già Amsterdam, Berlino, New York si ispirano al modello di democratizzazione di Barcellona. Perché se la Smart City non parte da uno scopo sociale chiaro, non è che una marea di sensori e dashboard. Costosissimi, che non dialogano tra loro, che offrono servizi la cui utilità è dubbia. Ma il problema più grosso della Smart City come è intesa oggi è un altro…»

Quale?

«La Smart City guidata dal marketing non produce un modello economico sostenibile per le città. Perché sono le imprese a gestire l’asset fondamentale dei dati. Oggi i dati sono come una meta utility, un’infrastruttura pubblica come la strada, l’aria, l’acqua e l’energia. E su questi dati viaggiano i servizi smart che potrebbero favorire l’economia locale.

«Essere Smart Citizen vuol dire avere la consapevolezza che il controllo su dati, l’AI e le infrastrutture determinerà la natura delle istituzioni del futuro»

Come un Uber europeo, gestito pubblicamente e in collaborazione tra città. Una piattaforma che permetta l’accesso a piccole imprese locali o cooperative e la libera competizione offrendo loro l’uso dei dati per costruire le proprie app. Invece ora c’è una grossa impresa che arriva e vince su tutti perché ha questo patrimonio digitale e di conseguenza la pittaforma più intelligente. E fa fuori taxi e cooperative».

«Non è un guardare indietro o una chiusura. Ma a Barcelona Smart City riflettiamo su come dati e tecnologia possano implementare modelli che tengano presenti i diritti dei lavoratori. Che impediscano la monopolizzazione del mercato. E che costringano le imprese a pagare le tasse».

Qual è allora il modello Barcelona Smart City a cui si ispirano le altre città?

«Nella nostra visione, la Smart City sono servizi che rispondono alle necessità reali della città che i cittadini stessi hanno contribuito a definire attraverso gli strumento di democrazia partecipativa. Servizi che la città stessa sviluppa, usando i dati che i cittadini hanno deciso spontaneamente di donarle».

Plaza Catalunya | energy efficient traffic lights

Prima il cosa e poi il come, quindi…

«Esattamente. Per Barcelona Smart City, i cittadini hanno deciso che le priorità sono l’edilizia residenziale popolare, la mobilità sostenibile, l’aumento degli spazi pubblici e verdi, la transizione energetica verso le rinnovabili, l’acqua come bene comune. E solo una volta stabiliti gli obiettivi ci siamo posti la domanda: come può aiutarci la tecnologia? E come possiamo governarla invece di esserne governati? Dare sovranità tecnologica ai cittadini significa farli diventare i co-ideatori e i proprietari dei servizi. Che ovviamente sono disegnati per dialogare tra loro».

Democrazia partecipativa significa dare la parola ai cittadini su questioni spesso complesse. Il mondo si divide tra chi pensa sia una buona idea e chi invece la ritiene pessima…

«È un’idea pessima se si pensa a una Facebook democracy: un luogo in cui ognuno dice la sua senza un vero scambio di informazioni né un dialogo costruttivo. È invece una buona idea se fa parte di un progetto più ampio, che parte dalla volontà politica di riavvicinare cittadini e istituzioni. Favorendo la partecipazione informata, la trasparenza, lo scambio di idee, la creazione di un’intelligenza collettiva. A Barcellona abbiamo una piattaforma per la democrazia partecipativa, che si chiama Decidim, dalla quale sono nate o si sono sviluppate il 70% delle azioni di governo. Ma non è una democrazia solo online. Esiste anche un dipartimento multi-disciplinare comunale che si occupa di formare e informare i cittadini, organizzando corsi gratuiti, eventi aperti, assemblee di quartiere. Perché una Smart City non può esistere senza Smart Citizens».

Come funziona Decidim?

«È una piattaforma in software libero e gestita da una comunità.

Un’assemblea di quartiere legata alla piattaforma per la democrazia partecipativa Decidim Leggi qui come funziona Decidim.

«Ha una grafica “da App” e un’interfaccia facile da usare. Su Decidim, Comune, cittadini e associazioni pubblicano progetti e proposte. E poi possono seguirli, argomentarli, collegarli a contenuti rilevanti, controllarne l’implementazione, reagire. Decidim è una piattaforma nata per far crescere informazione e dialogo. Dal piano regolatore, al budget, dalle questioni sociali ai percorsi dei bus: tutto viene discusso su Decidim. Ma per votare o prendere posizione sulle questioni bisogna partecipare e informarsi.. E, ovviamente, lo stesso processo avviene anche offline, nelle assemblee di quartiere, nelle riunioni di associazione etc».

Abbiamo qualcosa di simile in Italia, con la Rousseau del M5S?

«Tra la Rousseau e Decidim ci sono somiglianze ma anche grandi differenze. Quella più fondamentale è che Decidim è costruita con un software libero e non di proprietà di un’azienda. E quindi è totalmente trasparente (e chi ci lavora deve attenersi a un Codice Etico definito dalla municipalità). Inoltre Decidim appartiene alla gente, non a un partito politico o a una srl. In ultimo, la sua architettura è scalabile, configurabile e integrabile su altri strumenti e app senza però che alcuna manipolazione di dati, né algoritmica, sia possibile. Non sono dettagli. La questione tecnologica è fondamentale quando si parla di sovranità dei cittadini. E la prima domanda da porsi è: come sono costruite le piattaforme? Se sono di proprietà di qualcuno e non della collettività c’è qualcosa che non va. E la seconda: chi raccoglie e governa i nostri dati…».

Su questo tema della raccolta e del governo dei dati state lavorando con il Data Commons…

«È il progetto più importante che stiamo portando avanti a Barcellona. Un sistema di licenze che permette ai cittadini, quando usano qualsiasi tipo di app, di controllare a chi e in che modo fornire i propri dati. Un esempio di realizzazione pratica è quella che stiamo portando avanti ad Amsterdam all’interno del progetto europeo DECODE.

«I cittadini devono essere coscienti del fatto che per mantenere il modello sociale europeo, per difendere valori e diritti acquisiti, dobbiamo tenere le redini della tecnologia»

Si tratta di un registro digitale attraverso cui Airbnb deve per forza passare quando registra una proprietà. Così da un lato la città può valutare il numero dei giorni di affitto e la legalità della relazione ed evitare che i real estate usino la piattaforma che far alzare i prezzi. E dall’altro crea un’intelligenza collettiva di dati che le permetteranno di creare piattaforme pubbliche con regole chiare. Per favorire il lavoro dei cittadino e sviluppino un eco-sistema locale.

Per Barcelona Smart City, per esempio, dove abbiamo supportato startup e fablab che ora ci aiutano nello sviluppo dei servizi digitali, abbiamo già ottenuto bei risultati. Nel sistema di irrigazione per esempio. Abbiamo realizzato sensori che attivano gli impianti dove e quando serve (e il risultato sono 500 milioni di euro l’anno risparmiati e parchi più curati). E sulla produzione di energie rinnovabili. In alcune abitazioni popolari sono distribuite a prezzo di costo e nella quantità necessaria, grazie a rilevatori ambientali (con un abbattimento del 50% delle emissioni di CO2)».

Come si educano i cittadini alla cultura digitale? E cos’è uno Smart Citizen?

«Teniamo corsi pubblici gratuiti: nelle scuole, nei centri sociali, alla Media TIV del quartiere-lab @22. E i FabLab pubblici e alla MediaTIE degli smart citizens».

Sensore realizzato dal FabLab di Barcellona per misurare l’inquinamento acustico nelle abitazioni

«Abbiamo numerose iniziative che promuovono la Privacy Awareness. Non tutti devono diventare esperti, ovviamente. Ma essere Smart Citizen vuol dire avere la consapevolezza che il controllo su dati, l’AI e le infrastrutture determinerà la natura delle istituzioni del futuro. Come ha ampiamente dimostrato il caso di FB e Cambridge Analytica. I cittadini devono essere coscienti del fatto che per mantenere il modello sociale europeo, per difendere valori e diritti acquisiti, dobbiamo tenere le redini della tecnologia. Le città sono luoghi-pilota perfetti per costruire un’alternativa e si stanno mettendo in rete. E la loro voce si farà sentire…»